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È stata pubblicata nella sezione “novità giurisprudenziali” del nostro sito la décision del Conseil Constitutionnel francese n. 2015-485 QPC del 25 settembre 2015, avente ad oggetto l’art. 33 della loi pénitentiaire n. 2009-1436 del 24 novembre 2009. Tale articolo prevede che la partecipazione delle persone detenute alle attività lavorative organizzate negli istituti penitenziari sia consentita tramite un acte d’engagement rilasciato dall’amministrazione penitenziaria e firmato dal Direttore dell’Istituto e dalla persona detenuta interessata. Tale atto – il cui contenuto è stabilito unilateralmente dall’amministrazione penitenziaria – dovrà enunciare «i diritti e gli obblighi professionali» del detenuto, «nonché le sue condizioni di lavoro e la sua remunerazione».

Secondo quanto sostenuto dal giudice rimettente e dalle parti intervenute nel processo costituzionale, l’articolo in esame violava «l’insieme delle garanzie legali di esercizio dei diritti e delle libertà riconosciute» ai commi 5, 6, 7, 8, 10 e 11 «del Preambolo della Costituzione del 1946», era in contrasto con il principio della «libertà contrattuale» e, inoltre, recava pregiudizio «al rispetto dovuto alla dignità delle persone». Il motivo della censura risiedeva in ciò, che la legge, non fissando un «quadro legale del lavoro delle persone detenute» e lasciando all’amministrazione penitenziaria qualsivoglia determinazione in ordine ai diritti del lavoratore detenuto, consentiva di fatto a quest’ultima di stabilire – per di più unilateralmente – delle condizioni di lavoro e remunerative in contrasto con i summenzionati principî costituzionali.
La questione ebbe una grande risonanza mediatica, tanto che 375 universitari, tra cui molti giuristi, sostenuti da un gruppo di magistrati, avvocati e attivisti, pubblicò un appello in cui si rivendicava la necessità di «dare a coloro i quali lavorano in prigione gli stessi diritti e le stesse garanzie degli altri».
Nella decisione da noi pubblicata, il giudice costituzionale francese – che non dispone delle pronunce “manipolative” tipiche dell’armamentario della Corte Costituzionale italiana – ha proposto una interpretazione conforme alla Costituzione dell’art. 33, ritenendo che quest’ultimo non possa in alcun modo autorizzare l’amministrazione penitenziaria a violare le garanzie costituzionali e che, nel caso in cui l’acte d’engagement risultasse contrario alla Costituzione, il giudice amministrativo potrà (e dovrà) annullarlo.
Il Conseil inoltre, nel rigettare la questione, ha “ammonito” il legislatore, ricordandogli che è suo compito quello di «fissare le regole concernenti le garanzie fondamentali accordate alle persone detenute» e che per ciò dovrà farsi carico di «modificare le disposizioni relative al lavoro delle persone detenute al fine di rinforzare la protezione dei loro diritti».

Per leggere il comunicato stampa del Conseil Constitutionnel clicca qui.

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